In calce ad un disegno conservato presso il museo di San Martino è scritto: “Il primo disegno che copiai dal primo mio maestro Hüber nel 1820. Unito con Vianelli, la mattina andava in Ufficio Topografico giacché mio padre mi procurò quella situazione ed uscendo alle 2 pom. andava da Hüber che stava al Palazzo della Grecia poco discosto dall’ufficio”.
Il pittore infatti frequenta, da quello stesso anno, anche il “Real Officio Topografico” diretto, in quel periodo, da Ferdinando Visconti imparando ben presto la tecnica dell’incisione ad acquaforte e della litografia, così come si deduce da un disegno raffigurante Napoli da sopra la grotta di Posillipo, datato 1820, conservato in collezione Astarita, che reca la scritta: “da me inciso all’acquaforte e per ciò propagato”. Qui, con ogni probabilità, sia lui che il Vianelli sono coinvolti, sia pure a livello puramente esecutivo, nel grande progetto della Carta topografica ed idrografica di Napoli e dei suoi contorni e Gigante ha modo di approfondire la nuova tecnica della litografia che, in modo sperimentale, era stata introdotta nella attività dell’Officio dal 1818. In questi anni, e precisamente tra il 1822 e il 1823, numerosi suoi disegni a “fil di ferro” di paesaggi napoletani quali Capri, l’Arco naturale (1823),Marina di Capri(1824) Il castello di Baia (1822),ma anche vedute di Ischia,Miseno ed altre località del regno, possono essere legati proprio al lavoro presso l’Officio Topografico. Nel 1821, dopo la partenza di Hüber, sempre assieme al Vianelli, passa allo studio dell’artista olandese Anton Sminck Van Pitloo a Vico Vasto a Chiaia,che diverrà il suo primo vero e proprio maestro.
Dopo una già prospera produzione di disegni, quasi tutti a penna, nel 1824 esegue il suo primo dipinto ad olio su cartone raffigurante il Lago d’Averno (Museo di San Martino), che rispecchia i modi e lo stile dei bozzetti del suo maestro olandese, caratterizzato da una pennellata densa e pastosa, dove, tuttavia è evidente la conoscenza della tradizione
pittorica del seicento napoletano, nonché la conoscenza dei paesaggisti inglesi e francesi presenti a Napoli in quegli anni.
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Di questo stesso periodo sono anche altri olii: Acqua di forra ( Museo di Capodimonte, collezione Astarita), Il Tempio di Nettuno a Paestum (Museo di Capodimonte ,collezione Astarita), Napoli dalla Riviera di Chiaia ( Museo di San Martino, Dono Minervini).
Due anni dopo si reca a Roma dove era, forse, già stato e dove certamente torna e per un breve periodo lavora presso l’artista tedesco Johann Jacob Wolfenberger “fabbricante di vedute lavorate ad acquerello”.
Sempre nell’ottobre del 1826 Gigante espone quattro suoi lavori alla prima “Mostra delle opere di Belle Arti” nel Palazzo del Real Museo Borbonico, tra cui Veduta dell’interno di un edificio con Sant’Onofrio, Veduta del Colosseo, Veduta dell’Anfiteatro di Pozzuoli ed una Veduta della Marina di Sorrento, oggi tutti scomparsi.
Alcune fonti biografiche affermano che Gigante è iscritto al Real Istituto di Belle Arti e che è stato premiato nel 1824 al concorso della seconda classe di paesaggio “con voti 8 e ducati 6”, e che nel 1827 egli si iscrivesse all’ Istituto per ottenere l’ esenzione dal servizio militare. Nello stesso anno concorre al primo premio di pittura con Una Casa rurale con cespugli e boscaglie, vincendolo.
In questo periodo stringe amicizia con il pittore olandese Peter van Hanseleare che esegue per l’amico il ritratto di suo padre Gaetano ed a cui Gigante dona l’opera risultata vincitrice nel 1827.
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Tempio di Nettuno a Paestum |
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Il 1829 è l’anno in cui l’artista riceve l’incarico di collaborare al “Viaggio Pittorico nel Regno delle due Sicilie”, imponente opera di tre volumi con testi di Raffaele Liberatore edito dai napoletani D. Cuciniello e L. Bianchi.
A lui, così come ad altri artisti quali Achille Vianelli, Raffaele Carelli e Salvatore Fergola, è dato l’ incarico di eseguire i disegni delle varie località del Regno, litografati poi da R. Müller, F. Horner, F. Wenzel ed altri. Gigante partecipa al primo volume, che esce tra il 1829 ed il 1830, con due litografie originali raffiguranti il Lago di Lucrino e Avanzi del Tempio di Venere a Baia, oltre a diverse vedute di Pompei.
Partecipa poi al secondo tomo (1831-32) con ben ventitré vedute che fornisce a F. Wenzel, a G. Forino e a G.Dura e, per il terzo volume, pubblicato nel 1832, disegna alcuni soggetti per Marinoni.
In quest’anno inizia anche ad eseguire cento disegni, litografati poi da Francesco Wenzel, per l’opera a puntate: Esquisses Pittoresques et Descriptives de la ville et des enviros de Naples con testo di Elisa Liberatore, molti dei quali raffiguranti gli scavi di Pompei.
Il 1 febbraio del 1831 sposa Eloisa Vianelli dalla quale ebbe otto figlie che si imparentano con le famiglie di altri pittori della Scuola di Posillipo.
Negli anni 1835-37 l’ artista è in continuo contatto con esponenti dell’aristocrazia,in special modo con quella russa da lui conosciuti già dagli anni ’20, forse tramite il pittore Sylvestre Ščedrin, in Italia dal 1919 ed a Napoli dal 1825 al 1830, anno della sua morte. Questi aristocratici, frequentemente di passaggio nella città, sono fonte inesauribile di committenze per Gigante come denotano non solo le numerose opere conservate nei musei russi quali un Paesaggio (1839), Sorrento(1842), Panorama di Napoli(1845), Golfo di Napoli (1849) tutti all’ Hermitage di Leningrado,
ma anche i tanti disegni ed acquerelli custoditi nei musei napoletani raffiguranti vedute e ritratti che recano spesso o la dedica al committente o il nome del personaggio straniero ritratto: La Villa di Chiaia con Pizzofalcone e il Vesuvio dal Palazzo Esterhazi eseguito “mentre il Conte vi dimorava” ( Museo di Capodimonte, collezione Astarita), Il ritratto della Principessa Dolgorughi e del Principe Demetrio del 1843, Il ritratto del Principe Michele Hotgetrouby o di M.F.Oustikoff, o La scaletta del Priore a San Martino del 1847 eseguito anche “per la Russia”, tutti conservati, nella collezione Ferrara Dentice al Museo di San Martino.
Si sa inoltre che per lo Zar Nicola I egli aveva eseguito anche due grandi quadri raffiguranti La veduta di Napoli da Villa Graven e La tomba di Virgilio come ci conferma il suo biografo Gonsalvo Carelli.
Dopo la morte di Pitloo, avvenuta nel 1837, Gigante, divenuto ormai “leader” indiscusso della cosiddetta Scuola di Posillipo, si trasferisce a Vico Vasto a Chiaia nella casa del suo maestro e nel 1844 con i proventi dei numerosi lavori eseguiti per una ormai vastissima committenza acquista un villa sulle pendici del Vomero, Villa Salute, dove riunisce la sua numerosissima famiglia. Sempre con gli aristocratici russi l’ artista ritorna a Roma e si reca nel 1846 in Sicilia. Dice il Carelli: “… in questo tempo egli fè conoscenza con diverse famiglie russe con le quali fece diverse gite in Roma …venuto l’Imperatore di Russia in Napoli, egli amicissimo del conte Potosky, fu inviato a seguire l’imperatrice a Palermo ove fece per la pregiata maestà un album delle cose più stupende della Sicilia”.
Esegue in questa occasione, infatti, un “Album di Sicilia” ed un dipinto ad olio raffigurante Il teatro di Taormina (già collezione Polisiero).
A seguito delle insurrezioni antiborboniche, nel 1848, Gigante si reca a Sorrento dove resta per qualche tempo dedicandosi, come da sempre, alla pittura del paesaggio, ma con una visione ormai pienamente romantica e ripiegando più volte in raffigurazioni di boschi e di alberi. Nelle opere di questo periodo appare attenuarsi l’attenzione del pittore per il dato documentario,mentre si accentua il dato visionario fatto di luce ed atmosfera Sono di questo momento acquerelli quali: Casa ad Amalfi ( Museo di Capodimonte, Donazione Selmo Torelli), Casarlano (Museo di Capodimonte, collezione Astarita), Querce a Sorrento (Museo di San Martino, collezione Ferrara Dentice ). Nel 1850 entra in contatto con la corte Borbonica ed esegue alcuni disegni con vedute di Gaeta da inviare a Vienna all’Arciduchessa d’Austria Maria Teresa. Nel 1851, comincia ad insegnare pittura alle Principessine e viene nominato Cavaliere del Real Ordine di Francesco I.
Comincia quindi a viaggiare al loro seguito fino al 1855, dimorando nelle varie residenze reali: Gaeta, Caserta, Ischia. Sono di questi anni acquerelli quali la Villa Reale d’ Ischia ( Museo di San Martino collezione Ferrara Dentice), Il Casino di caccia nel parco di Caserta ed il Real parco di Quisisana entrambi questi ultimi due, conservati nella collezione Astarita a Capodimonte, ma anche La Marinella (Museo di Capodimonte, collezione Banco di Napoli) e Napoli dalla Via Posillipo ( Museo di Capodimonte, collezione Morisani), opere in cui è evidente il suo tentativo di superare la veduta di impianto tradizionale tardo settecentesco,divenendo ormai pittore pienamente romantico.
Nel 1852 riceve la nomina di Professore Onorario al “Real Istituto di Belle Arti” e Socio corrispondente nazionale della “Real Accademia”.
Tra il 1855 ed il 1862 sono datati gli splendidi acquerelli e studi a seppia che riprendono in lungo e in largo Pompei, località da lui visitata e studiata anche in anni giovanili:La Via dei Sepolcri è uno dei soggetti che ritorna più volte in questi anni; sempre di questo periodo sono le “visioni” più liriche e rarefatte dell’ultimo Gigante: Campagna a Caserta, La Gaiola, Chiesetta di campagna, Lo Stagno, tutte nella collezione Ferrara Dentice nel Museo di San Martino o Grotta con bagnanti (Museo di Capodimonte, collezione Banco di Napoli), in cui il dato grafico scompare del tutto per dar vita a visioni realizzate in termini di masse di luce e colore.
Nel 1860 con il crollo del Regno Borbonico, Gigante ripiega in raffigurazioni per lo più di interni e di figure anche a causa di un nuovo tipo di committenza non più aristocratica bensì medio borghese. Nascono le famose composizioni degli interni delle chiese napoletane di San Giovanni a Carbonara, S. Maria Donnaregina, San Lorenzo, San Domenico arricchite di figurine, nonché lo splendido acquerello della Cappella di San Gennaro del Duomo di Napoli, commissionatogli da Vittorio Emanuele II e presente, nel 1867, all’Esposizione Nazionale di Parigi. In questa occasione Gigante si reca di persona nella capitale francese dove espone anche il foglio raffigurante La tomba di Sergianni Caracciolo in San Giovanni a Carbonara, tornandovi anche due anni più tardi .
Un’apparente avvicinamento alla pittura narrativa romantica parrebbe ravvisarsi nel bozzetto con L’Entrata di Garibaldi a Napoli (Museo di San Martino, Dono Banca Commerciale Italiana) eseguito nel 1860 per un dipinto ad olio mai realizzato, dove tuttavia, ancora una volta, il dato storico e reale viene trasformato in una visione fatta di colore e di luce.
Durante gli ultimi anni della vecchiaia si “rinchiude” nella sua Villa alla Salute e si dedica al riordino dei suoi numerosi disegni e delle opere di altri artisti da lui acquisite in varie circostanze, appuntando in margine ai fogli ricordi ed annotazioni per noi oggi di grande utilità. Muore il 29 novembre 1876.